Non è cambiato niente (o quasi)

Sto preparando un intervento per un aperitivo scientifico: il prossimo sabato (30 agosto) alle 19:00 sarò allo stabilimento balneare Gradinoro di Tarquinia per parlare del tempo. Ho predisposto un percorso nel quale, partendo dalle prime riflessioni sulla natura del tempo, risalenti a Sant’Agostino, si arriva a parlare della curvatura relativistica dello spazio-tempo, di entropia e della violazione delle simmetrie fondamentali dell’Universo. Il tutto condito da qualche aneddoto sulla storia del tempo e della sua misura.

Nel documentarmi su questi ultimi ho scoperto che il primo a proporre l’adozione dei fusi orari fu tal Quirico Filopanti, professore all’Università di Bologna, nel 1858. Come spesso accade, le idee del povero Filopanti (che in realtà è lo pseudonimo di Giuseppe Barilli), furono ignorate, anche perché il metodo scelto per la loro pubblicazione era piuttosto discutibile (un libretto che somiglia di più all’imitazione che Maurizio Crozza fa di Casaleggio che a una pubblicazione tecnico-scientifica). Così l’adozione avvenne 25 anni più tardi grazie a un’iniziativa degli Stati Uniti.

Incuriosito dal profilo di Filopanti ho fatto qualche ricerca e ho scoperto un articolo di Pier Gabriele Molari, anch’egli professore a Bologna, che riporta un passo di una delle tante pubblicazioni di Filopanti. Nel passo si legge, tra l’altro, che

Lo stipendio di cinquemila lire italiane … non adegua … quello dei professori di Parigi e di Berlino; ma è sufficiente, anzi al di là della giusta proporzione, in un povero paese come il nostro, dove gli agricoltori, i quali sono più utili che taluni professori, hanno il misero salario di una lira al giorno, o meno.

La prima considerazione è ancora vera, ahimé! Lo stipendio di un Professore italiano è almeno un fattore due (e fino a cinque o sei volte) inferiore a quello di un collega di un altro Paese europeo. La considerazione secondo cui gli agricoltori sono più utili che certi professori la sottoscrivo in pieno. Ma è interessante osservare che lo stipendio di un professore (di 5.000 lire, che assumo essere lo stipendio annuale), sia ben 25 volte quello di un agricoltore (assumo una lira al giorno per 200 giorni): che è come dire che in proporzione oggi un professore dovrebbe avere uno stipendio dell’ordine dei 20-25.000 euro! Vi assicuro che siamo molto, ma molto lontani da questa cifra. Continua il Filopanti:

[I professori, NDR] faranno eseguire ai loro aiutanti delle dozzinali esperienze, da comunicare in loro proprio nome alle Accademie, e buscarsi una facile messe di croci di cavaliere e di commendatore […] 

per lo più ameran  meglio di risparmiarsi quella spesa [della pubblicazione delle loro ricerche, che all’epoca venivano stampate a spese dell’autore NDR], stampandole negli atti delle Accademie. Le loro elucubrazioni saranno stimate, proclamate e laudate, non solo dalla Società di mutua incensazione, ma altresì dalla stampa letteraria e politica […]. 

L’Italia ha un soverchio numero di Università. Sarebbe desiderabile il ridurlo incirca alla metà, dotando quelle che rimarranno di più perfetti mezzi di apprendimento. […] Sarebbe forse a desiderasi anche la riduzione del numero degli studenti, limitandolo ai giovani di più alto ingegno, ed astenendosi gli altri dallo accrescere la sventurata classe degli spostati.

Insomma, in definitiva non è cambiato nulla o quasi, a parte, ça va sans dire, lo stipendio dei professori, che è stato adeguato a quello degli agricoltori (senza nulla togliere agli agricoltori che, come ho già detto, svolgono una funzione ben più importante di certi professori, e magari ne trovassi uno con il quale collaborare per qualche progetto d’innovazione tecnologica!). 

 
 
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