Un piano scientifico

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in risposta alle polemiche sollevate dalla pubblicazione delle regole sulla cosiddetta “fase 2”, in Aula dice: “Non ci sarà un piano rimesso a iniziative improvvide di singoli enti locali, ma basato su rilevazioni scientifiche”.

Peccato che al momento le norme non sembrino affatto dettate da considerazioni scientifiche, quanto da questioni di opportunità politica o di carattere “morale”, almeno a mio modo di vedere. Vediamo perché.

Le attuali norme per il contenimento dell’infezione da SARS-Cov-2, il virus che provoca il COVID-19, dispongono che certe attività, appartenenti a certi settori economico-produttivi (i cosiddetti codici ATECO) possano riaprire (e.g. “confezione di articoli per abbigliamento”) mentre altre (i ristoranti) non possono farlo. Solo certe manifestazioni, come i funerali, sono consentite, a certe condizioni. Si possono vedere i “congiunti”, ma non è consentito cenare con un’amica o un amico. Ci si può spostare solo all’interno della regione di domicilio. Le norme sono le stesse su tutto il territorio nazionale.

Dal punto di vista scientifico la diffusione dell’infezione si contrasta limitando i contatti tra le persone e prevedendo l’uso di dispositivi che ne limitano la diffusione, come i guanti e le mascherine. Al virus non importa nulla se le persone si vedono perché stabilmente legate da affetti pregressi o per porgere l’estremo saluto a un “congiunto”, oppure ancora se si è al lavoro per il confezionamento degli abiti o di cibo. Provvedimenti dettati da criteri scientifici, dunque, avrebbero dovuto prendere in considerazione parametri del tutto diversi.

Per esempio, si potrebbe consentire l’apertura di attività la cui superficie per unità di personale è maggiore di una determinata soglia. In questo modo il laboratorio di confezionamento di camicie installato in un’ex rimessa nella quale lavorano tre persone sarebbe chiuso, mentre un ristorante molto ampio, con pochi tavoli, potrebbe riaprire.

Si potrebbero consentire convegni di persone stabilendo il numero massimo per unità di superficie, indipendentemente dalla loro natura. Tutte le cerimonie funebri, ma anche le messe, la preghiera del venerdí dei musulmani, la riunione del circolo letterario, etc., si potrebbero svolgere se i locali sono idonei e sarebbero vietati se non lo fossero (ci sono migliaia di chiese, in Italia, in cui entrano a malapena 15 persone; al contrario ho visto film al cinema in sale con tre o quattro persone).

Naturalmente tutte queste attività dovrebbero essere soggette a sanzioni qualora le norme non venissero rispettate.

Bisognerebbe anche prevedere meccanismi di aggiornamento del tutto assenti nelle attuali norme. Occorrerebbe un controllo capillare e costante del numero di infetti, degli accessi in ospedale e dei morti per stabilire se e quando sia necessario tornare a limitare le attività e gli spostamenti consentiti. Questo numero evidentemente varia da località a località ed è pertanto opportuno differenziare le misure secondo l’area geografica (cosa che non si vuole evidentemente fare, ma che sarebbe la piú sensata).

In definitiva non mi pare di scorgere criteri scientifici nel dettato delle nuove norme di contrasto al COVID-19. Il timore è che l’evidente poca razionalità della norma porti a comportamenti altrettanto irrazionali, vanificando cosí il giusto sacrificio fatto finora con grande responsabilità dalla stragrande maggioranza degli italiani.

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