Open source, marchi e DOP

Scrivo questo post sollecitato da un post di @sketchpyl su twitter, al quale, dopo un mio commento, risponde @lorenzobenocci:

Chi mi conosce sa che sono un paladino dell’Open Source, che ho conosciuto con le prime versioni di Linux usate per i miei primi esperimenti sui cristalli di tungatstato di piombo. A quel tempo la comunità scientifica adottata sistemi operativi commerciali (c’erano praticamente solo quelli) il cui codice sorgente non era nella disponibilità dei ricercatori e questo poneva seri limiti al loro utilizzo. Limiti che venivano puntualmente elusi dall’ingegno di chi li usava, ma per farlo era richiesto molto lavoro e molto tempo. Quando scoprii Linux feci di tutto per farlo diventare il sistema operativo di riferimento della scienza e in effetti oggi è così (naturalmente grazie anche al contributo di molti più influenti del sottoscritto).

Perché Linux è stato un successo ben al di là dell’ambito scientifico? Semplice: perché è “open source”. Significa che il suo codice sorgente lo può leggere chiunque. Si può imparare leggendo il codice sorgente e lo si può migliorare. La platea degli sviluppatori è enorme e qualcuno bravo si trova sempre, perciò la qualità del software cresce esponenzialmente. Anche la sua sicurezza. Perché è falso che un codice segreto sia più difficile da violare di uno pubblico. In effetti il codice di cifratura usato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale fu decodificato dalla macchina inventata da Turing (il Colossus, considerato il primo computer della storia anche se tecnicamente non lo è davvero). I codici di criptazione che si usano oggi invece adottano algoritmi pubblici ben noti, ma sono quasi impossibili da decodificare.

Si confonde spesso il fatto di essere Open Source con il fatto di essere gratuito (anche perché in inglese il software Open Source è detto Free Software e “free” significa anche gratis). Come spiega Richard Stallmann, il codice Open è “free as a language, not free as a beer”.

Fino a qualche tempo fa il movimento Open Source riguardava unicamente il software. La nascita di Arduino ha trasferito il concetto nel dominio dell’hardware. Le schede (e tutti i prodotti) Arduino non sono protetti da brevetto (o meglio, da una “privativa”). Tutte le informazioni per realizzare una scheda Arduino identica all’originale (inclusi i disegni CAD per le macchine a controllo numerico impiegate nell’industria dei semiconduttori) sono pubbliche e rilasciate con licenza Open Hardware. Chiunque può legalmente costruire una scheda identica a una scheda Arduino, non solo per se. Può anche venderla, uguale all’originale o modificata.

Gli autori del progetto avrebbero potuto brevettare l’idea e privare gli altri della possibilità di realizzarla. Forse avrebbero guadagnato di più, ma non è per nulal ovvio. Il successo del progetto si deve molto al fatto che sia Open Hardware. In ogni caso l’obiettivo non era il guadagno in termini economici. Un brevetto avrebbe impedito ad aziende cinesi (tanto per fare un esempio che a molti starebbe a cuore) di produrre schede Arduino a un prezzo dieci volte inferiore da vendere a Paesi meno fortunati del nostro? Probabilmente no: sarebbe bastato comprare un Arduino, studiarlo e rifarlo cambiando qualche dettaglio per aggirare le norme et voilà! Il gioco è fatto. Basta vedere cos’è successo con gli smartphone.

Con l’Open Hardware chiunque può legalmente costruire e vendere un “clone” di Arduino. Naturalmente non può venderlo spacciandolo per un Arduino originale. Deve chiarire che si tratta di un clone, così i produttori li chiamano con altri nomi, che però richiamano il prodotto originale (esiste, per esempio, il Diavolino o il Freeduino) o con nomi ben diversi, ma specificando che sono Arduino compatibili.

In una conferenza tenuta a Roma qualche anno fa Massimo Banzi, uno degli autori di Arduino, spiegò che i prodotti “Open” sono molti più di quanto si pensi: quasi tutto il cibo è Open Source. Non dovete pagare royalties per fare e vendere un panino o un piatto di bucatini all’amatriciana. Tutti possono farlo, ma naturalmente c’è chi è più bravo e chi lo è meno. I clienti sceglieranno liberamente se prediligere il gusto o il portafoglio e un cliente attento saprà conciliare i due aspetti.

La protezione a tutti i costi di un “marchio” è un clamoroso errore: chi compra un kit per produrre in casa Amarone della Valpolicella pagandolo 3 euro non comprerà mai un vero Amarone a 60 euro. Vendere kit per produrre vino a basso costo richiamando il nome di prodotti blasonati non è un danno per l’economia di questi ultimi e spesso non è una truffa. Lo diventa se si spaccia il prodotto per vero Valpolicella mettendolo in una bottiglia uguale con il marchio contraffatto.

Perché dobbiamo impedire a un casaro tedesco di produrre un formaggio che imita uno dei formaggi tipici italiani? In fondo questi sono patrimonio di tutti perché sono il frutto di esperienze maturate da secoli e non sono proprietà di un consorzio che al più può possedere il marchio (ma che significa?). Peraltro, nello stesso consorzio c’è già chi si distingue con marchi diversi perché sa (o pretende) di essere migliore (il Vacche Rosse, ad esempio, è parmigiano, ma non tutto il parmigiano è Vacche Rosse). Se il casaro tedesco vende parmigiano il consumatore potrà decidere se sia una schifezza o sia persino più buono del “nostro”.

Pensate a cosa sarebbe l’Italia se fosse esistita la protezione dei prodotti (così come i più la intendono oggi) all’epoca della scoperta dell’America. Pomodori, patate, peperoni, peperoncino, caffè sono tutti prodotti per cui l’Italia è nota nel mondo, che non hanno affatto avuto origine in Italia. Sono tutti prodotti importati. Cos’è dunque la tradizione se non continua innovazione?

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