La pirateria e il cinema

Ieri è uscita su Repubblica un’interessante inchiesta su cinema e pirateria (o meglio su cinema e la cosiddetta pirateria, perché la pirateria è tutt’altro). L’inchiesta è molto interessante perché conferma ciò che chi, come me, difende il paradigma della condivisione dei contenuti, non solo non produce alcun danno a chi i contenuti li produce, ma al contrario ne aumenta il giro d’affari.

Secondo i dati riportati nell’inchiesta le vendite di biglietti al cinema sono aumentate del 33% dal 2009 al 2013, nonostante che nello stesso periodo le piattaforme di download illegale siano aumentate, così come i reati commessi in questo settore.

A me è sempre stato chiaro che coloro che si oppongono alla libera circolazione dei contenuti stavano facendo male sopra tutto a sé stessi. Mi pare infatti del tutto evidente che negare la visione di un film o l’ascolto di un brano musicale scaricati da Internet sia il modo migliore per affossare la relativa industria.

In effetti, se uno ci pensa anche solo superficialmente, perché i lettori comprano i libri? Non certo per le storie in essi contenuti: se così fosse basterebbe recarsi in una qualunque biblioteca pubblica e prendere i libri in prestito senza sborsare un centesimo! Se uno compra i libri non è solo per sapere cosa c’è scritto dentro: è per il piacere di possedere un oggetto che non è solo un contenitore di parole, ma anche un elemento di arredo, un contenitore di ricordi personali e molte altre cose insieme. Se a uno piace leggere Buzzati, Calvino, Chiara, Malerba, non si sogna minimamente di fotocopiarsi un libro scritto da costoro: se lo compra e basta!

Se uno fotocopia un libro è perché non gli interessa e quindi non l’avrebbe mai comprato.

Lo stesso succede per altri settori: per anni, per esempio, i Musei hanno impedito di fotografare le opere per ragioni di copyright, pensando di poter ricavare denaro dalla concessione del diritto di riprodurre le opere esposte a qualche professionista. Ma è del tutto evidente che chi va a visitare un Museo non lo fa per vedere l’opera esposta per la prima volta in vita sua. Il ritratto della Gioconda di Leonardo si trova su tutti i libri da moltissimo tempo e ora anche su Internet. Ma questo non impedisce al Louvre di vendere biglietti per vedere l’opera dal vero! Che non è la stessa cosa che vederla stampata sulle pagine di un libro. È così che ora si sono accorti che accordare il permesso di fotografare e pubblicare sui propri Social Network le opere esposte non solo non fa diminuire il numero di biglietti venduti: li fa addirittura aumentare a dismisura! Alcuni musei (ad esempio quelli del circuito Musei in Comune del Comune di Roma Capitale), addirittura incoraggiano questa pratica perché si sono resi conto che si tratta di un formidabile veicolo pubblicitario molto più efficace di qualunque campagna che costerebbe migliaia di euro. Se vedo un tweet di un amico che è entusiasta per la visita a una mostra, con tanto di foto, sono molto più invogliato ad andarci che se vedo il manifesto pubblicitario della stessa.

Per il cinema: quanti film portano un titolo sbagliato o sono stati pubblicizzati con trailer poco efficaci? Spesso uno non va a vedere un film semplicemente perché ha l’impressione che non possa essere di suo gradimento. Se lo facesse e rimanesse deluso diventerebbe sempre più restio a rischiare; se non lo facesse e se ne pentisse sarebbe comunque frustrato. Se vado al cinema, personalmente, non ci vado per vedere un film: ci vado per vedere un film al cinema! Che è diverso. Non è la stessa cosa vedere un film in TV o al cinema. È tutto molto diverso! Non solo per la dimensione dello schermo, la sonorità e le altre questioni tecniche, ma per il fatto di stare in un determinato ambiente, con altre persone anche se non le conosci, per il contorno (poi si va a cena o si fa una passeggiata)… Se potessi vedere liberamente un film e mi piacesse sicuramente andrei a vederlo al cinema (sapeste per quanti mi sono pentito di non essere andato!).

È naturale che, con l’avvento di una cultura di questo tipo, aperta alla condivisione, devono cambiare i modelli di business, ed è questo che spaventa i produttori. Certo è che se uno si ostina a mantenere i modelli che finora hanno funzionato è danneggiato dalla condivisione dei contenuti, ma se uno si adegua il suo giro d’affari può aumentare a dismisura, come ha dimostrato il sistema operativo Linux (dal quale tutta questa nuova economia è partita) che da sistema riservato a pochi eletti (e talvolta fanatici), è diventato in pochi anni il sistema operativo più diffuso al mondo, scalzando colossi del calibro di Microsoft.

Senza contare che questi modelli sono molto più etici dei modelli tradizionali: Linus Torvalds, l’inventore di Linux, o Massimo Banzi (l’inventore di Arduino) riescono certamente a ottenere introiti importanti sfruttando le loro invenzioni, senza per questo limitare le possibilità di coloro che possono impiegarle per i loro fini. Gli introiti di queste persone non raggiungeranno mai i livelli di Bill Gates o di altri imprenditori che limitano la libertà di coloro che usano i loro prodotti, ma lo stesso (se non maggiore) volume di affari potrà essere distribuito su una fetta molto più ampia di persone, consentendo comunque un livello di benessere ai loro inventori più che dignitoso. Banzi dovrebbe essere considerato l’ambasciatore dell’Italia nel mondo, non Antonio Conte!

Sono convinto che la crisi economica di questi anni sarà spazzata via da questa nuova cultura: in un futuro non troppo lontano vedo già nuovi lavori e nuovi modelli di business all’orizzonte, basati sulle nuove tecnologie aperte e un più diffuso livello di benessere. I Governi dovrebbero incoraggiare questi modelli, rimuovendo norme invece che introducendone di nuove. Speriamo solo che prima o poi anche i nostri politici se ne accorgano. Per quanto mi riguarda cerco di fare la mia parte, insegnando ai miei studenti l’uso di queste tecnologie e utilizzandole tutti i giorni per lavoro o per diletto.

 

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Scratch Day 2014: analisi dei risultati

Dopo lo Scratch Day del 17 maggio scorso abbiamo sottoposto a bambini e genitori un questionario, i cui risultati presentiamo oggi. Alla domanda “hai mai usato Scratch?” i bambini hanno risposto per il 71% “Lo uso spesso”, mentre quasi tutti i genitori indicano “L’ho provato oggi per la prima volta”: segno che ai bambini è piaciuto e che hanno lavorato in autonomia anche a casa.

Bambini e genitori sono concordi nel non considerare Scratch come “qualcosa per la quale in futuro potrei scegliere una professione tecnologica”. Hanno tutti colto molto bene lo spirito dell’iniziativa, sostenendo che Scratch è per lo più “Uno strumento che stimola fantasia e creatività“. Le stesse indicazioni vengono dalla risposta alla domanda “CosaCosa-ti-e-piaciuto-bambini ti è piaciuto di Scratch?”. I genitori indicano per il 50% “la possibilità di animare una storia”; i bambini si dividono in risposte diverse che però hanno in comune l’elemento creativo e ludico (vedi figura).

Dello Scratch Day ai bambini è piaciuto di più condividere i propri lavori, mentre i genitori mostrano d’aver particolarmente apprezzato la videoconferenza. Segno che ai bambini piace lo spirito di condivisione tipico dei makers, mentre gli adulti, nati quando certe tecnologie non esistevano, sono ancora colpiti dalle possibilità offerte dalla rete.

Interessanti anche alcuni commenti liberi dei genitori:

  • Credo che questo sia il modo piú divertente e ingegnoso per aiutare i nostri figli a usare la propria fantasia e genialità
  • Mi auguro che ci siano ulteriori possibilità per mia figlia di entrare in contatto con persone e progetti simili
  • Mi ha fatto molto piacere vedere la classe di mia figlia coinvolta nella programmazione
  • Mi è piaciuto lavorare con mio figlio inventando le storie insieme a lui che mi insegnerà a usare Scratch
  • Un buon modo di imparare e condividere. È stato piacevole vedere mia figlia insegnare Scratch al fratellino, che si è appassionato
  • Mi è piaciuto interagire di piú con mio figlio

In definitiva l’esperienza è decisamente positiva, anche per quel che riguarda gli obiettivi del progetto: bambini e genitori hanno capito entrambi che imparare un linguaggio di programmazione non significa “star seduti davanti a un computer”, ma “esercitare la propria creatività“. Se a questo aggiungiamo lo spirito positivo prodotto dal libero scambio di idee possiamo sicuramente sperare che le prossime generazioni sapranno dare vita a un’economia basata sulla condivisione e non sulla privazione e le restrizioni, come quella tuttora dominante.

Le foto dell’evento sono a questo link.

Un e-book sulla Fisica Moderna

Sono molti gli insegnanti delle scuole nelle quali faccio i miei seminari che mi chiedono con insistenza materiale didattico per sé e per i loro studenti. Sfortunatamente nel panorama editoriale (anche internazionale) non ci sono, a mio modo di vedere, prodotti adeguati. I testi, infatti, si dividono in due categorie: quelli destinati agli studenti universitari in discipline scientifiche, troppo specialistici, e quelli destinati al grande pubblico, eccessivamente banali.

Gli studenti bravi trovano questi ultimi interessanti, ma per certi versi deludenti, perché abituati a studiare la fisica in un certo modo, hanno l’impressione che gli si stia nascondendo qualcosa o che gli si stia raccontando una favoletta.

Allora ho pensato di colmare questo vuoto realizzando un prodotto che credo innovativo sotto molti aspetti: nelle modalità di distribuzione (gratuito e libero con licenza Creative Commons), nei contenuti e nel linguaggio (pensati per insegnanti e studenti volenterosi, ma adatti anche a studenti meno preparati, che possono saltare le parti piú formali), e nella tecnologia (quasi tutta Open Source, con filmati embedded nel testo, che è cosí adatto a essere sfogliato su un computer o su un tablet).

Ieri ne ho rilasciato la prima versione pubblica in due formati: il landscape è il formato preferito, che consente di leggere il volume sullo schermo di un dispositivo avendo accesso ai filmati e ai link di ipertesto; il portrait per coloro che amano la carta e desiderano averne una versione stampata (si perde la funzionalità dei filmati e dell’ipertesto, ma si può comunque accedere ai primi attraverso i link che sono sempre riportati in calce agli spazi predisposti per i filmati).

Potete scaricare entrambe le versioni all’indirizzo http://www.roma1.infn.it/people/organtini/publications. Si tratta, come detto, di una prima versione e come tale potrebbe contenere errori (tipografici, di fisica e di calcolo). Non ne garantisco la totale correttezza, per quanto abbia fatto il possibile. Se ne trovate, segnalatemeli. Sentitevi liberi di distribuire i link a chi vi pare.

Compreresti un libro che non puoi prestare?

Immagina che un editore abbia la possibilità di impedirti fisicamente di prestare un libro che hai regolarmente acquistato, e che ti è piaciuto, a un tuo amico. Lo compreresti? Probabilmente no.

Eppure questo è quello che accade a moltissimi contenuti digitali: dagli e-book alla musica, ad altre forme di intrattenimento o di cultura, a numerosi strumenti di lavoro. La pratica di applicare restrizioni sui cosiddetti diritti di chi vende questo tipo di contenuti si chiama in inglese Digital Restriction Management: DRM.

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Per molti (me incluso) è un’indebita forma di ricatto e di violazione della libertà. Avrete forse sentito parlare di una storia uscita tempo fa sui giornali secondo la quale l’attore Bruce Willis avrebbe citato in giudizio una nota casa di produzione di contenuti digitali perché avrebbe voluto lasciare in eredità ai figli la sua sconfinata collezione di musica in formato digitale. La storia si rivelò falsa, ma potrebbe non esserlo: Bruce Willis infatti non aveva citato nessuno in giudizio, ma in effetti i contratti che si accettano per acquistare questo tipo di contenuti non permettono, in linea di principio, di lasciare tali contenuti in eredità o di prestarli. Il fatto che le aziende che vendono tali contenuti non agiscano legalmente contro chi lo fa è semplicemente dovuto al fatto che al momento il mercato non è abbastanza diffuso da rendere consigliabile un’operazione del genere.

Oggi è la giornata di liberazione dai DRM. Informate quanta più gente potete e fate quanto potete per combattere questa pratica che ricorda molto il fiorino che Troisi e Benigni dovevano pagare al casellante ante litteram in “Non ci resta che piangere”. Iscrivetevi, come me, gratuitamente, sul sito http://www.defectivebydesign.org/ per essere informati circa azioni da intraprendere in futuro.

 

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